Centro Studi Confindustria - Rapporto di previsione del 14 ottobre 2026.

PIL mondiale in rallentamento quest’anno (+2,8%) a causa di tensioni geopolitiche, incertezza e conflitti aperti di difficile risoluzione. Recupera il prossimo anno (+3,2%).
Scambi mondiali in forte crescita… Nei primi sette mesi del 2026, in volume, hanno superato del 9,5% il livello raggiunto nel 2024 e del 18,4% il livello pre-pandemia (2019).
Una dinamica più che doppia rispetto a quella registrata dalla produzione industriale (+3,8% sul 2024 e +8,8% sul 2019). Trainano Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Cina, responsabili di due terzi della crescita. Anche gli USA contribuiscono ma con una intensità più contenuta. Ferma l’Europa.
…legati alla rapida riconfigurazione delle filiere globali a fronte dei dazi USA e all’espansione degli scambi high-tech, trainati dagli investimenti digitali. Un boom che ha origine dalla domanda di investimento negli Stati Uniti e ha attivato soprattutto le supply chain internazionali, localizzate principalmente in Asia. L’Europa è al momento esclusa da questa nuova rivoluzione digitale. Perché USA e Cina investono 1000 miliardi di dollari l’anno (a parità di potere d’acquisto) in R&S, l’UE solo 600, accumulando così un ritardo importante rispetto ai due paesi. Le prime 5 società al mondo per investimenti in ricerca sono americane, la sesta è cinese (Huawei).
Le tensioni geopolitiche stanno riducendo gli scambi tra i paesi tra cui c’è attrito e trasformando relazioni produttive in dipendenze, rendendo necessaria l’adozione di politiche industriali per ridurle.
Aumentano gli interventi di politica industriale nel mondo ma solo in Europa e ancor più in Italia sono orizzontali e non riducono le dipendenze. Gli USA fanno politiche industriali per acciaio e metalli, la Cina per la manifattura avanzata.
Strategico il ricorso a nuovi accordi e partnership commerciali, per diversificare i mercati di origine e sbocco e ridurre le dipendenze critiche. Ma soprattutto per ricreare un mondo multipolare: gli accordi commerciali rappresentano lo strumento che più si avvicina a un quadro di regole condivise. Canada, Sud America, Africa, India, Corea, Giappone, Australia, ASEAN sono le aree su cui puntare.
L’export italiano tende a beneficiare in misura maggiore degli accordi commerciali, grazie a una specializzazione nei settori in cui la riduzione dei dazi è generalmente più ampia e a una struttura del tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, che si avvantaggia di più dalla rimozione delle barriere tariffarie e, soprattutto, non tariffarie.
Nei primi tre mesi di applicazione dell’accordo UE-Mercosur, maggio-luglio 2026, le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del +10,0% rispetto allo stesso periodo del 2025, un aumento quasi doppio rispetto a quello registrato verso l’insieme dei paesi extra-UE (+5,9%).
Per l’Italia, un decimo dell’import proviene dalla Cina (10,2%, +2,8 punti percentuali sul 2019) e un decimo dell’export va negli USA (10,8% nel 2025, +1,3 punti percentuali). Con entrambi emergono vulnerabilità, sebbene di natura diversa. I dazi USA stanno riducendo l’export italiano. Quello di beni: -9,8% negli ultimi dodici mesi al netto di navi e farmaci, il cui aumento potrebbe essere temporaneo, almeno parzialmente. In prospettiva, la delocalizzazione, che è un fenomeno lento, potrebbe ridurre molto di più l’export e il valore aggiunto prodotto in Italia ed Europa. In aumento l’import italiano anche al netto delle materie prime energetiche e così anche le dipendenze dagli USA (primo paese per forniture critiche in termini di quota in valore, 24%).
Cina rivale agguerrito ma fornitore essenziale per la manifattura italiana. La Cina è il secondo paese fornitore al mondo di input critici per l’industria italiana in valore dopo gli USA, ma primo per numerosità di prodotti (27%). Larga parte di questi prodotti è strategica per l’ICT e per la transizione verde. Una parte dell’import dalla Cina accresce la competitività dei prodotti italiani; un’altra parte, al contrario, accentua la crisi di alcuni settori (automotive e tessile – abbigliamento).
Rafforzare politicamente l’Unione europea appare essenziale ed è imprescindibile il completamento del mercato unico così come la rimozione delle barriere interne.
Rispetto alla Cina, difficile pensare che le relazioni possano mantenere l’assetto attuale perché i rapporti tecnologici e industriali appaiono decisamente sbilanciati. Occorre soddisfare una serie di condizioni:
1) rafforzare, molto, le politiche industriali europee e italiane. Gli interventi trasversali mostrano i loro limiti (non è ragionevole pensare di riportare tutte le produzioni in Europa); per questo gli sforzi vanno concentrati sui settori chiave nei quali possiamo mantenere, conquistare (o competere per) una leadership tecnologica e industriale.
2) gli investimenti cinesi in Europa devono essere vincolati ponendo soglie per componenti, lavoro, ricerca e dati.
3) sul versante commerciale, puntare a una partnership centrata sulla reciprocità reale nell’accesso al mercato e nel trattamento nazionale;
4) irrobustire la difesa commerciale, rendendo gli strumenti antidumping/antisovvenzioni più accessibili, rapidi ed efficaci; estendendo i meccanismi di protezione strutturale permanente come quello per l’acciaio (ex salvaguardia) ad altri settori sensibili e razionalizzando lo strumentario dell’autonomia strategica aperta (sussidi esteri; screening IDE; accesso agli appalti pubblici, anti-coercizione, ecc.).
5) il tutto va fatto in fretta, prima che diventi troppo tardi.
Per quanto riguarda la fase congiunturale tiene l’economia europea che crescerà dello 0,8% nel 2026 e dell’1,0% nel 2027. La Francia, tra i grandi paesi, è quella più in difficoltà (+0,3% la crescita acquisita a giugno) non solo in termini di crescita del PIL ma anche per l’instabilità politica e il deficit pubblico che non è previsto rientrare; la Germania tiene (+0,9%), la Spagna vola grazie al traino del turismo e a bassi costi dell’energia e tassi minori che spingono i consumi.
Continua a crescere a ritmi sostenuti l’economia americana, spinta dai rincari delle materie prime energetiche di cui è esportatrice netta e dagli investimenti in data center connessi all’IA stimati intorno a 580 miliardi di dollari nel 2026 (1,8% del PIL), con un aumento fino a circa il 2,5% del PIL nel 2027. In negativo i rincari hanno spinto al rialzo l’inflazione (+3,4% ad agosto) comunque più bassa rispetto all’Europa, che ha costretto la FED al rialzo dei tassi di interesse che continuerà seppure moderato (un quarto di punto all’anno).
La Cina nel primo semestre è cresciuta del +4,7% sempre più grazie all’export: ad agosto +25,0% sull’anno, con un avanzo commerciale mensile di 119,1 miliardi di dollari. Non adeguata la domanda interna, con le vendite al dettaglio salite appena del +0,4% e gli investimenti fissi calati del -7,2% nei primi otto mesi.
In allegato, il Rapporto di previsione completo elaborato dal Centro Studi di Confindustria.





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